
È come dormire custodito da un fiume denso, lasciandosi portare; è come
guidare nella nebbia, a fari spenti.
È come gettarsi in un tornado e non morire, ma divenire brandelli di te stesso, scomponendoti.
È come fissare il vuoto in un punto, come entrare nel tunnel e aspettare, in silenzio, il non-suono, il respiro, l’urlo, il lamento dei Mono.
Il tunnel si chiama Magnolia e non ha vie d’uscita.
Non stasera.
È come chiederti se davvero ci sarà una fine e aspettare che sia la nebbia dell’inquietudine a risponderti; impalpabile, serpeggerà in un labirinto infinito, che non ti basterà tornare a casa, non ti basterà soffiare: “Questo è post rock”. Perché non lo è.
Questo è il viaggio che aspettavi di fare.
Mono.
Musi gialli, di quelli che o diventano hikikomori o diventano musicisti, gente da ascoltare composti, senza strafare, con le braccia conserte.
Mettiti comodo.
Tornano, forti di un nuovo album, ancora più introspettivo dei precedenti, pieno zeppo di archi che vanno a stridere, dilatandosi, con il muro di suono delle chitarre, in un saliscendi di montagne russe acustiche.
Questi giappo ormai non sono più la versione del sol levante dei Mogwai, sono i Mono, e sono sempre dentro la tempesta, per non dire che sono loro stessi la Tempesta.
È come gettarsi in un tornado e non morire, ma divenire brandelli di te stesso, scomponendoti.
È come fissare il vuoto in un punto, come entrare nel tunnel e aspettare, in silenzio, il non-suono, il respiro, l’urlo, il lamento dei Mono.
Il tunnel si chiama Magnolia e non ha vie d’uscita.
Non stasera.
È come chiederti se davvero ci sarà una fine e aspettare che sia la nebbia dell’inquietudine a risponderti; impalpabile, serpeggerà in un labirinto infinito, che non ti basterà tornare a casa, non ti basterà soffiare: “Questo è post rock”. Perché non lo è.
Questo è il viaggio che aspettavi di fare.
Mono.
Musi gialli, di quelli che o diventano hikikomori o diventano musicisti, gente da ascoltare composti, senza strafare, con le braccia conserte.
Mettiti comodo.
Tornano, forti di un nuovo album, ancora più introspettivo dei precedenti, pieno zeppo di archi che vanno a stridere, dilatandosi, con il muro di suono delle chitarre, in un saliscendi di montagne russe acustiche.
Questi giappo ormai non sono più la versione del sol levante dei Mogwai, sono i Mono, e sono sempre dentro la tempesta, per non dire che sono loro stessi la Tempesta.
articolo di Le Lunghe Ciglia di Agata

come cazzo si fa a spostare il concerto dei Mono dal Tunnel al Magnolia, oltretutto dentro quel cazzo di inutile preservativo.
Il Tunnel era la location perfetta per il concerto di questi musi gialli.
andate affanculo.
agata
il Febbraio 2, 2010 alle 5:58 pm